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Survival e gli aborigeni nel mondo

Immaginate di tornare a casa per le vacanze scolastiche e di scoprire che la vostra abitazione non c’è più…

Immaginate di venire a sapere che l’esercito si è trasferito nel luogo in cui avete sempre vissuto  e che li ha stanziato una base miliare permanente…

E’ accaduto davvero in Bangladesh, a un ragazzo Jumma di 8 anni.

Dopo essere stato lontano un anno per frequentare la scuola , è tornato al suo villaggio, sulle collne di Chittagong, per scoprire che i suoi genitori vivevano in un alloggio di fortuna e che i loro averi erano dispersi qua e là. “Vogliamo la terra, non la gente”, aveva dichiarato il governo, e poi aveva inviato l’esercito a sfruttarli. A quel punto, dalle pianure arrivarono anche centinaia di migliaia di coloni bengalesi.

Per il governo Bengalese, la regione montuosa del Bangladesh sudorientale è una terra libera. Ma le Chittagong Hill Tracts sono tutt’altro che disabitate. Quelle scoscese colline sono da tempo la casa dei buddisti Chakma e di altre tribù conosciute con il nome collettivo di Jumma. Un popolo fiducioso, che da generazione vive nelle fitte foreste di tek praticando una forma di agricoltura a rotazione chiamata jhum. Gentili e tolleranti dal punto di vista religioso, gli jumma sono etnicamente e linguisticamente distinti dalla maggioranza dei bengalesi, e sono uno dei popoli indigeni meno conosciuti al mondo.

Oggi sono purtroppo anche uno dei più perseguitati. Dal 1971, quando il Bangladesh si dichiarò indipendente dal Pakistan, gli jumma subiscono alcune tra le più gravi violazioni dei diritti umani di tutta l’Asia. I villaggi tribali sono stati rasi al suolo. I monaci buddisti uccisi, i loro templi profanati. Un giorno di qualche tempo fa furono bruciate vive nelle loro case di bambù 1.200 persone, bambini compresi. Un tempo erano praticamente i soli abitanti delle colline; oggi vengono brutalizzati dai militari e sono una minoranza nella loro stessa terra, profughi nel loro stesso territorio; eppure le notizie delle loro persecuzioni trovarono raramente spazio sulla stampa internazionale. Nonostante negli ultimi anni sia stato stipulato un accordo di pace, le violenze ed il furto della terra non si sono fermati, e l’esercito continua a essere una presenza intimidatoria.

Purtroppo la storia del popolo jumma non è unica. Dal bacino amazzonico alle distese ghiacciate della Siberia, i popoli tribali continuano a soffrire. Vengono sfrattati dalle terre a cui appartengono e derubati delle loro risorse naturali; i loro stili di vita vengono violati e le loro culture represse. E ogni volta le loro voci restano inascoltate. Non possiamo far finta che tutto ciò non stia accadendo e non possiamo lasciare che continui. La tragedia che affligge i Chakma e gli altri popoli Jumma, cosi come tutte le tribù del mondo, è una ferita profonda per tutti noi.

Dobbiamo contrastare apertamente le società e i governi che si appropriano delle terre e delle risorse dei popoli indigeni senza nemmeno consultarli; dobbiamo condannare chi li violenta e li reprime. Dobbiamo rispettare le culture tribali perché si tratta di patrimoni di conoscenze preziose quanto qualsiasi altra cultura contemporanea. Le nostre crescenti preoccupazioni ambientali dovrebbero ricordarci che dobbiamo prenderci cura del pianeta e dei suoi popoli, che siamo tutti legati  e che abbiamo una grande responsabilità gli uni verso gli altri, e soprattutto verso coloro che non hanno voce.

Molti Awa rimangono incontattati. Sono la tribù più minacciata del mondo. Stanno tagliando la loro foresta illegalmente, per il legno. Quando i disboscatori li vedono, li uccidono. Archi e frecce non hanno chance contro i fucili. E come altre volte nella storia, potrebbe finire tutto lì. Un altro popolo cancellato dalla faccia della Terra, per sempre. Ma possiamo far si che il mondo non lo lasci accadere. Ecco il piano. C’è un uomo che può intervenire: il ministro della Giustizia brasiliano. Può mandare la polizia federale ad arrestare i taglialegna, e allontanarli per sempre. Ma in questo momento non è la sua priorità. Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. Se siamo in tanti a mandargli dei messaggi non li potrà ignorare. Tu, io, i nostri amici, i nostri familiari… ognuno di noi conta… ma non abbiamo molto tempo. Quando le piogge cesseranno, i taglialegna torneranno. Abbiamo l’occasione proprio adesso, di agire e di fare qualcosa. E se, in molti dimostriamo di tenerci, funzionerà! Non si tratta di preservare il passato dei popoli indigeni. Si tratta piuttosto di difendere il loro futuro, il futuro dei loro figli e nipoti. I popoli indigeni sopravvivono in quelle parti del mondo che, fino ad oggi, non abbiamo voluto per noi stessi. E’ inconcepibile che la nostra società industrializzata posa sentirsi in qualche modo minacciata dallo stile di vita dei popoli indigeni. Sono loro, invece, a essere costantemente minacciati dal nostro modo di vivere, e dalla facilità con cui siamo pronti a distruggerli se diventano scomodi. Se non riusciamo a riconoscere i loro diritti, in che modo possiamo pensare di rivendicare i nostri? Se difendere i diritti umani significa semplicemente tutelare i ricchi e i potenti, allora, in tutta franchezza, lasceremo ai posteri una ben triste realtà…  

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